alcolicesimo:

Non so se esista la mia anima gemella, ma comincio a credere che sia davvero molto intelligente, dato che non l’ho ancora trovata.

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  • 16 hours ago
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Dopo facebook, skype e whatsapp mia nonna (classe 1939) si è fatta instagram e ha scelto uno username degno di una drag queen di un film di Almodóvar.

Non smetterò mai di imparare
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  • 16 hours ago
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  • #true story
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  • #butterfly
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  • #buongiornouncazzo #hamburg
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  • #foto #fotografia #my photography #man #portrait
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3nding:

“Italianità è la fitta di dolore quando cucinando in case altrui fuori confine non si trova uno di questi oggetti: grattugia, cavatappi, pentola alta per cuocere gli spaghetti.”

— 3nding (via 3nding)

L’italianità fatta nel modo giusto é anche, a un mese dall’ufficializzazione del fidanzamento, vedere il tuo uomo nordico procurarsi la pentola, la moca, il macina caffè e una pianta di basilico per fare il pesto in casa (la grattugia c’era già, il cavatappi lo porto sempre in borsa).

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  • #true story #italianità #oltreconfine #oltralpe
  • 5 days ago
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  • #photography #hamburg
  • 6 days ago

Quel momento angosciante in cui stai scrivendo la recensione di Nymphomaniac vol.I e ti parte in testa “Stars are Blind” di Paris Hilton.

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  • #paris hilton #stars are blind #nymphomaniac
  • 1 week ago

correva il giorno 11 Marzo 2014

Quando ero piccola mio padre mi raccontava solo storie vere. O almeno lui pensava che lo fossero, e anche io. Mi parlava come se fossi adulta; mi raccontava di alieni, terroristi, multinazionali e Alessandro Magno. Mi ha insegnato a tenere gli occhi aperti sott’acqua e nuotare, ma non ho mai imparato il delfino. Allora mi attaccavo alla sua schiena mentre lo faceva lui. Passavo ore a guardare i suoi tatuaggi e quelli piccolissimi di mia mamma, e continuavo a chiedere ad entrambi di spiegarmeli anche se l’avevano già fatto un’infinità di volte. 

La sera non dormivo mai perché mi distraevo ad ascoltare la televisione e il suono della chitarra di papà, la voce di mia mamma che parlava al telefono. Lui non ha mai voluto insegnarmi a suonare la chitarra, perché diceva che da autodidatta non poteva insegnarmi niente, ma penso che se l’avesse fatto la mia vita sarebbe stata molto diversa. Sarei stata una di quelle ragazze che suona la chitarra e magari avrei suonato via le mie ansie invece di buttarmi in sport e relazioni che mi lasciano coperta di lividi. Non che non mi piacciano, i miei lividi.

Da mia mamma invece volevo imparare a fare i gioielli che come li faceva lei, usare le sue perle e le sue colle. Per un po’ ho anche pensato che volevo fare la stilista e passavo le giornate a disegnare collane e vestiti. Poi ho capito che come stilista sarei stata un grosso fallimento e allora quando ho trovato la sua vecchia Olympus in soffitta, mia mamma mi ha insegnato a fotografare, che forse fra tutte le cose che so fare é quella che mi piace di più. E sono diventata una di quelle ragazze che fotografa, anche se non si capisce bene perché.

Un’altra delle cose che mi diceva mio padre era che dovevo diventare forte e sapermi difendere, ma nel frattempo a difendermi ci pensava lui. Mi spingeva a lottare ma minacciava di picchiare i primi ragazzini che mi giravano intorno. Anche se erano decisamente pochi dato che ero un maschiaccio. Quando ho iniziato a diventare carina nessuno se ne capacitava, in primo luogo io, e l’essere esposta a tutte quelle cose da adolescente in preda agli ormoni mi metteva estremamente a disagio. Mia mamma cercava di insegnami bene cosa farci e come trattarlo, quanto e quando mostrarlo, e a chi. Allora non capivo: volevo arrampicarmi sugli alberi, tagliarmi e tingermi i capelli da sola, tagliarmi e bruciarmi solo per sentire che sensazione dava e guardare le cicatrici, fare a botte coi maschi. E lo faccio ancora. Gli alberi sono diventati paesi stranieri, le cicatrici sono diventate piercing e tatuaggi, le botte sono diventate sesso, ma in fondo non sono cambiata molto.

Però adesso capisco cosa voleva insegnarmi mia mamma, e capisco che l’aveva imparato a sua volta guardando mia nonna. Essere donne e belle e forti é difficilissimo. Verrai sempre apprezzata per solo una parte delle tue qualità (solitamente, quella sbagliata) e non importa quanto tu sia sicura di te stessa e consapevole delle tue capacità: sarai sempre tormentata da quell’insidiosa necessità di dimostrare quanto vali. Anche a chi lo sa già, solo per paura che se ne dimentichino. Essere forte non ti impedisce di sanguinare e ci sarà sempre qualcuno o qualcosa che vorrà farti sentire in colpa per quello che sei, quello che provi e che quello indossi. 

E ora mio padre non mi dice più che mi proteggerà lui: c’é stato un periodo in cui era meno apprensivo, in cui mi diceva di stare attenta ma sapeva che avevo ormai imparato a cavarmela da sola, e anche che avevo qualcuno che si prendeva cura di me quando lui non c’era. Qualcuno che potevo chiamare quando rimanevo a piedi con la macchina o che mi avrebbe consolata quando ero triste. Che mi avrebbe leccato le ferite e raccontato le storie. É un po’ di tempo che nessuno si prende cura di me, che non tiene a freno la mia irrequietudine. Non perché nessuno si sia offerto, ma perché non riesco ad abbandonare la mia scorza. Quella scorza che serve a tenere insieme la parte molliccia, gelatinosa, insidiosa: se la scorza non regge, la gelatina cola fuori ma se la scorza stringe troppo va a finire che la gelatina si agita talmente tanto che la rompe dall’interno. E ogni tanto succede che esplodo e le schegge finiscono per fare vittime collaterali, o rimbalzarmi addosso. 

L’ultima volta che ho salutato mio padre non mi ha detto di stare attenta o di stare tranquilla: mi ha detto di non fare danni.

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  • #ritrovamenti su iCloud #ricordi #a caso
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